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La copertina
Stati generali?
di Gian Stefano Mandrino

"Con Stati generali si indica un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali esistenti nello Stato francese prima della Rivoluzione francese del 1789 (États généraux). L'assemblea, di origine feudale, disponeva della funzione di limitare il potere monarchico. Gli Stati Generali si riunivano quando incombevano sul paese pericoli imminenti".
(Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_generali_%28Francia%29)

Il 29 ottobre scorso, promosso da "Il Sole 24 ORE", ha avuto luogo l'evento "Stati Generali della Cultura - anno 4°", organizzato dalla testata giornalistica citata in collaborazione con la "Fondazione Roma Arte-Musei". L'evento sembra passato praticamente inosservato: non un "talk show", nessuna polemica, un'attenzione decisamente sottodimensionata rispetto al tema ed al titolo, anche se sembra abbia spopolato sul web. Precisiamo, subito e senza timore di smentita, che ha prodotto molta piu eco l'agitazione delle maestranze operanti presso il Colosseo qualche settimana fa. Ciò è già sintomatico della capacità comunicativa delle Istituzioni preposte, anche se riconosciamo ad esse di essere tra le più presenti, dinamiche e "coraggiose", che forse il nostro Paese abbia mai avuto. La scarsa attenzione dei media, pertanto, tradisce la reale consistenza della tensione del Paese verso l'argomento, malgrado la parola "cultura" svetti sovente, troppo, negli interventi istituzionali e politici. È pur vero, però, che in ogni attività occorra umiltà ed un po' di "mestiere". Onore al merito, comunque, per chi ha il coraggio di inventarsi e di non rubare.


Dalle scarse fonti, che potrete verificare fruendo del collegamento disponibile al fondo di questa sezione, alcuni aspetti hanno destato in noi di INFOGESTIONE - Network Museum notevoli perplessità.


Nell'attesa di poter approfondire i temi trattati, è balzato subito alla nostra attenzione il concetto che i gruppi economico-imprenditoriali privati debbano farsi carico del risanamento del patrimonio culturale materiale.

Innanzi tutto ci permettiamo di raccomandare un po' di coerenza intellettuale e morale. La cultura, sino a ieri ed in maniera ancora oggi molto diffusa in certi ambienti, si pensava non potesse essere una questione da imprenditori privati, ma rigorosamente statalista (dove per statalismo intendiamo anche l'attività di gruppi privati, ma partecipati, formalmente o meno, dall'una o dall'altra fazione politica). Ora, improvvisamente, si ritiene che "gli affamatori" di popolo siano utili in una Nazione sempre più preda di "lobby" economico-politiche ed in cui vige una visione, quella sì vetero politica da Gestapo, che prevede un tutto culturale controllato a livello istituzionale e gestito solo da cooperative ed associazioni, relegando i pochi reali imprenditori privati (ad eccezione dell'editoria cosiddetta indipendente e del turismo) in posizioni marginali e quasi privi di un sistema di collegamento per favorire sinergia e partecipazione tra "tutti".

In secondo luogo partorire dopo quattro edizioni un concetto simile è quanto mai disarmante: occorre un "piano culturale - industriale nazionale". È necessario, innanzi tutto "contarsi". Comprendere quali siano le risorse in gioco, non solo patrimoniali, ma soprattutto gestionali e collegate ai contenuti. Occorre chiedersi in cosa consista la "cultura", perché e come si debba utilizzarla. È fondamentale conoscere quali siano i destinatari di tale processo, evitando ogni due parole di raccontare la favoletta della maggior parte del patrimonio culturale concentrata nel nostro Paese, quando, per esempio, si investe ancora troppo poco nel sistema scolastico, in quello universitario e, soprattutto, in quello promozionale ad alta efficienza ed efficacia.

È stato sufficiente un paragrafo per evidenziare quanto certi discorsi, con tutto il rispetto prima per le persone e poi per quello che esse rappresentano, manchino di fondamento vissuto nella pratica professionale. Non è solo e sempre questione di risorse economiche, men che meno per trovare un ruolo a questa benedetta cultura.

Permetteteci un esempio chiarificatore. Immaginate che INFOGESTIONE finanzi il recupero della Cattedrale di Quintorno (ridente località nelle vicinanze di Quaresto). Innanzi tutto si apre il problema della dimensione aziendale: deve essere una impresa con una certa consistenza di utile a bilancio, di questi tempi aspetto non così diffuso, per lo meno in Italia. Deve avere, altresì, uno spiccato senso del mecenatismo, una passione viscerale, che rasenti la follia, per investire denari (anche operando in regime di imposta agevolata a favore delle tematiche espresse) senza appaiare ad un centro di costo uno di ricavo. Si apre, così, un problema etico per l'impresa: donare soldi per recuperare beni culturali (di cui non si conosce la ricaduta per la collettività) o ridistribuire tali utili tra i lavoratori? INFOGESTIONE non sborserebbe un quattrino nel recuperare la Cattedrale di Quintorno se non ne vedesse non solo la ricaduta verso il manufatto in questione, ma quella per la collettività, esprimendo tale posizione con i seguenti quesiti: saranno capaci di non "mangiarsi" le mutande ed a restaurare realmente ad al meglio la cattedrale senza attività di peculato, truffa, mafia ed affini? Una volta restaurato il tutto, come la collettività beneficerà del bene, ovvero basterà la presenza delle pietre, la speranza dell'empatia storico-artistica di eventuali visitatori o qualcuno avrà progettato scientificamento un sistema, che sfruttando l'edificio in questione, agisca sul versante educativo, scolastico, universitario, della ricerca e del turismo in modo sinergico, armonico, completo, legale ed equo per pari opportunità tra operatori pubblici e privati? Come verrà calcolato il beneficio e la ricaduta dell'investimento di INFOGESTIONE? Forse a qualcuno verrà in mente che potrà anche essere considerato in quattrini, in ritorno economico. Allora le domande sopra indicate dovranno essere duplicate, così come le professionalità necessarie, altrettanto delicate e strategiche. INFOGESTIONE vedrà a questo punto aumentare i quesiti. A titolo di esempio non esaustivo sarà preoccupata del fatto che i privati (cioè i veri imprenditori anche piccolissimi, piccoli e medi) forse non potranno fare realmente parte delle cordate economico professionali di gestione, o che non esista una politica di salvaguardia del monumento, qualora terremoti, costruzioni abusive e corsi d'acqua violentati dalle speculazioni edilizie e dai condoni, facessero in breve rovinare quanto "pagato" per essere restaurato. Fine dei giochi.

Attenzione: da tutto questo abbiamo appositamente tralasciato alcuni aspetti. Immaginiamo che INFOGESTIONE decida di aiutare attivamente, poiché impresa ed abituata a mettere in opera quelle operazioni atte a "produrre" e "vendere" un qualcosa di culturale (ma che brutte parole che stiamo usando). Scommettiamo che qualcuno isserà subito la bandiera della morale populista, degli interessi privati, del conflitto di interessi, del gratuito, del "di tutti ma mai vostro", che fa sempre più rima con "cosa nostra", solo perché scandalizzato che chi sappia fare il proprio mestiere lo desideri fare a beneficio "REALE" di tutti e non di una "lobby" che sappia di politico (un'impresa, in un regime coerente con le norme di diritto ed operante nella piena legalità, produce sempre ricadute positive per la società e rende le istituzioni in grado di compiere quelle attività ed erogare quei servizi, che ormai tutti si aspettano).

Però il ragionamento non può ancora ritenersi concluso: sappiamo tutto del nostro patrimonio culturale? Conosciamo tutti gli aspetti di un panorama, i cui soggetti (tutti e non i soliti noti) possano essere realmente parte attiva, uniti e coordinati, originando un reale "SISTEMA CULTURALE", fondato su numeri e management, costituito da scuola, università, centri di ricerca, esperti di promozione, esponenti delle infrastrutture, coordinatori amministrativi pubblici centrali e periferici, fornitori di tecnologia e di comunicazione, e l'elenco sarebbe ancora molto, ma molto lungo? Siamo, tra l'altro, in grado di progettare un sistema simile, dando prova di efficacia, efficienza ed evidenza, al di là degli spot televisivi, delle montature comunicative e delle sempre ormai troppe e dilaganti parole?

Si scoprirà che la cultura potrà riservare molto più potenziale di sviluppo materiale ed immateriale di quanto molti si possano immaginare, si capirà che tale ricchezza potrà essere recuperata solo se si sarà realtmente in grado di mettere a sistema e gestire una complessità forse senza precedenti nella storia del nostro Paese, una delle rare linee di sviluppo reali e veramente accessibili, nonché tra le poche ancora percorribili per l'Italia. Il problema non è chi paghi il restauro, è non comprendere quanto occorra a monte per dare un senso al benedetto "restauro".

Come cittadini ci permettiamo di suggerire un più attento, metodologico e reale approccio al problema ed una prassi per l'assegnazione del da farsi tale da poterlo condividere con "tutti" coloro che possano dimostrare onestà, esperienza e creatività, indipendentemente dalla natura dell'impresa o della loro professionalità, cercando di evitare pretestuose esclusioni: il resto è rappresentativo di vecchio nulla...appunto da rottamare.

Fonti, approfondimenti e collegamenti inerenti il tema
- http://eventi.ilsole24ore.com/statigeneralidellacultura



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Titolo: "
Stati generali? " - Codice: NET1511021500MANA1 - Autore: Gian Stefano Mandrino - Ultimo aggiornamento:03/11/2015
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