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Comunicare necesse
di Gian Stefano Mandrino

Il comunicare sta alla base di ogni relazione: è esso stesso la ragione umana dell'immanenza. Si è, ammesso che l'immanenza sia, perché si comunica il proprio essere, la propria, l'altrui presenza o quella di qualcosa attinente la stessa. Un sasso è tale perché comunica la sua presenza, si rende registrabile dal un sistema sensoriale e si rende interattivo con il suo intorno. Prossimità, colore, consistenza sono informazioni che interagiscono con chiunque sia in grado di percepirle e di fruirne in base alla propria modalità di gestione sensoriale ed alla propria esperienza.

Comunicare è necessario per percepirsi nella categoria dell'esistere, per poter riconoscersi e farsi riconoscere attraverso il verbo "essere", l'unico lemma che non necessita di comunicare se stesso, poiché l'esistenza, intesa come immanente sensoriale, non si può giustificare come assoluto. Essere o non essere è un'opinione, non appartiene necessariamente alla nostra cara realtà scientifica come, forse, tutto ciò che non sia giustificabile con la stessa forma verbale, fuori della portata del nostro percepire, sensoriale o no.

Non fa eccezione a quanto espresso la comunicazione museale. Possiamo forse asserire, senza timor di smentita, che proprio in questi ultimi anni i musei sembrano esistere in quanto molte delle loro risorse sono destinate al raccontare al mondo proprio la condizione di esserci.



Esempio di pittura rupestre
presso le Grotte di Lascaux - Francia
http://www.lascaux.culture.fr


Penso siano pochi coloro che entrino o, addirittura, frequentino un museo perché con esso hanno contratto uno speciale rapporto, o condividano una particolare attività, oppure siano ad esso legati per sentimento o altre ragioni. Al di fuori degli "addetti ai lavori" di ogni tipo ed estrazione, non so quanti siano "attrezzati" per percepire l'esistenza di un museo come entità a se stessa.

Si entra in un museo perché, in qualche modo, si sa cosa vi si possa trovare. Si entra in un museo per cercare una relazione sensoriale (quasi sempre solo visiva) - intellettivo - emotiva con il suo contenuto, più raramente con il luogo, che rappresenta, e forse mai per altre ragioni, che fatico ad individuare. Si entra per imparare? Forse, ma tale parola è così "ingannevole" in questo contesto, che sarebbe saggio trattarne oltre.

Il museo, quindi, è, esiste, se ce lo dice, se, ogni tanto, lo afferma, quasi sempre, come a giustificare una presenza inutile (ed ingombrante), come per discolparsi, cercando la nostra comprensione ospitando, nella sua pancia, oggetti ed argomenti, in un atto sempre più votato alla vanità del gesto artistico di chi vi opera, sovente tanto ermetico quanto inutile, se non alla vanagloria degli autori degli eventi e delle schiere di "gente del sì", che affollano nelle presentazioni il tavolo degli oratori e le poltroncine della conferenza d'esordio, sovente senza sapere minimamente di cosa stiano parlando e perché debbano stare lì.

La comunicazione è argomento tutt'altro che lezioso, molto più profondo ed importante di quanto si possa, a prima vista, immaginare. Cercate in rete o (meglio) uscite di casa e rintracciate un manifesto, che promuova una collezione o una attività museale, ovvero, quasi sempre, qualcosa da "guardare". Noterete, il più delle volte, raffinate ed accattivanti vesti grafiche, titoli, con slogan più sensazionalistici che utili, e l'immancabile passerella di logo autoreferenzianti: dal comune alla cooperativa, dall'ente organizzatore al famoso privato (quasi sempre gruppi bancari o assicurativi, che con l'imprenditoria privata hanno poco a che spartire e solitamente dalla storia molto divergente rispetto alla originaria ragione d'essere), ai vari partner, che non si sa quale appalto abbiano vinto, per meritare il posto in passerella. Provate a visitare quando segnalato: raramente vi troverete una esatta corrispondenza, anche perché, oltre a titoli, date, orari, luoghi, prese d'atto e patrocini, sponsor ed affini, (come se ospitare pubblicità, senza mai rendere pubblico il conto economico dell'operazione, fosse indice di progresso culturale!) sia su web, che nei passaggi radiotelevisivi o sulle affissioni, quanto comunicato è ben poca cosa. Non solo visitando il decantato evento troverete, come detto, poca corrispondenza con quanto annunciato, in sostanza e maniera, ma, come sempre (anche se non è mio intento generalizzare: c'è sempre, fortunatamente, l'eccezione), una scarsa attitudine a porre una "relazione" tra chi visita (ed attenzione: ha pagato un biglietto!), ciò che è esposto e l'ente ospite.

Ecco la seconda parola chiave, già apparsa nella pomposa introduzione pseudofilosofica: la relazione. Comunicare significa, come dalla sua etimologia, cercare e creare relazioni. Un messaggio che non sfoci in operazioni atte ad originare un tale risultato, soprattutto in una realtà didattica come quella museale, è una attività riuscita male, molto male. Se poi la relazione cercata viene mortificata dal banale ruolo espositivo di un "layout" altrettanto banale, autoreferenziale, al cui centro dell'attenzione non vi sia il visitatore, ma il "pezzo", gli autori o il messaggio politico, o peggio, non si riscontri l'impronta, lo stile, dell'ente museale, la sua filosofia, la sua ragione d'essere, allora possiamo decretare il fallimento completo e su tutti i fronti. Lo spazio utilizzato sarebbe stato più utile se speso in parcheggi per case da gioco e vizi affini!

La comunicazione è parte sostanziale della didattica. Ciò significa che l'atto didattico, aspetto rilevante di un luogo o di uno spazio-tempo ove "ispirarsi", ovvero di un museo, inizia con la comunicazione, quindi dall'affissione, per esempio, per proseguire con la creazione di audiovisivi, di relazioni, di sinergie con il territorio e con i soggetti e gli operatori culturali e socio-economici presenti nell'area. Sovente ottimi spunti, notevoli opportunità di crescita intellettuale, economica e sociale vengono miseramente abortiti e resi sterili, sacrificati sul trono della vanità e del "presenzialismo" territoriale.

È facile evincere, quindi, che comunicare sia una faccenda seria, molto più impegnativa di quanto qualche addetto museale o qualche "creativo" possa immaginare. Il nostro sistema museale - espositivo - culturale, denuncia il tali frangenti tutta la sua fragilità, la sua impreparazione ed approssimazione.

A completare l'elenco delle parole collegate al comunicare, infatti, mancano ancora didattica e "management". La comunicazione, come abbiamo detto, è componente della didattica. Per un museo, quindi, comunicare vuol già significare rendere disponibili delle informazioni atte a suscitare l'attitudine nei destinatari del messaggio, che facciano scaturire il desiderio della relazione, dell'apprendimento e della creatività. Anche un poster, può, anzi, deve essere l'avamposto di un sistema didattico. Il tutto risulta vano se, come accade sovente, non vi sia il "senso", non solo la parvenza, di un "management" didattico. Un direttore di museo non è detto che possa essere un bravo specialista in didattica o un buon manager, così come una addetta alla comunicazione non è detto che possa interpretare esigenze e tecniche didattiche. Il sistema museale manca di un buon numero di figure professionali, che potrebbero fare crescere il comparto ed il beneficio da questo espresso verso la collettività, intesa come insieme di soggetti, civili ed economici, interdipendenti.

Mi ha fatto riflettere quanto detto da uno specialista della comunicazione di un noto museo statunitense, che ho ascoltato durante una sua dotta conferenza (da notare come da tempo stiamo importando tecniche manageriali dall'estero, noi che ci vantiamo tanto del nostro patrimonio), il quale si chiedeva come mai il preside di una università degli Stati Uniti, o anche solo un docente, possa diventare popolare, un soggetto pubblico, mentre al direttore di un museo tale evoluzione sembra essere preclusa. Aggiungerei, colpito da tale osservazione, perché mai una università possa "produrre" produzioni culturali espositive e partecipative, mentre un museo non possa diventare un centro di formazione superiore, ma debba accontentarsi di concentrare i propri sforzi didattici sulla popolazione scolastica ed in modo sempre marginale.

Chi si sarebbe potuto immaginare che un poster ci avrebbe portato così lontano, che la comunicazione, in cui siamo immersi come in un densissimo mare, fosse così determinante per la ragione d'esser di entità, a cui raramente pensiamo come risorse per il futuro, ma, soprattutto come scrigno di fasti passati. Comunicare necesse, ma è sempre più necessario imparare a farlo bene.

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Fonti, approfondimenti e collegamenti inerenti il tema
- L'intervista ad Emanuela Ientile: "Comunicare la cultura"


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Titolo: "
Comunicare necesse " - Codice: I130607.0827.DDC.AP.man/INET1704191000MANa1 - Autore: Gian Stefano Mandrino - Ultimo aggiornamento: 20/04/2017
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